Criticism of Guénon

Against Guénon?


René Guénon is an undisputed authority on the traditional approach to historical and philosophical studies, and his writings are becoming increasingly popular and gaining ever more passionate readers.

However, there is no shortage of critics and detractors of the great French intellectual: a recent essay in this vein is Contre Guénon by Belgian writer Jean van Win. The author is an avowed supporter of ‘democratic values’ (drugs? abortion? mafia? corruption?). For van Win, democracy, equality, women’s emancipation, are principles worth living for and, if necessary, dying for: at the apex of these enlightened values, van Win places the ‘duty of interference’ (let’s try to imagine the Belgian scribbler with helmet and bulletproof vest fighting in ‘humanitarian’ wars…).

To make the author’s positions clearer, the volume’s introduction states that he wishes to emphasise the extraneousness of Guénon’s thought to Masonic humanitarianism, but we have no doubts anout this!

Therefore, the objections that Van Win raises against Guénon are those usually used by the progressive nonsense that we hear every day in the mass media. Guénonian thought is likened to fascism to nazism, to racism, to anti-semitism: all these arguments have a great effect on the larval psychology of the democratic flock…

For our enlightened essayist, René Guénon’s cordial intellectual friendship with Julius Evola is a scandalous fact, even though in reality the two authors, although starting from a common critique of modernity, developed rather different strands of thought.

The author then mocks the world conspiracy theory of which Guénon was a careful scholar. Now that globalism is openly manifested with so much institutional recognition, the denialist thesis of regime propaganda debunks itself

Where van Win’s essay reaches tragicomic results is when the author attacks the fideistic attitude of traditionalist culture: if readers apply this critique to the egalitarian dogmas of contemporary culture, they will have a good laugh…

Beyond the cultural positions of the author of Contre Guénon, in the essay one can find reasons of interest on some points concerning Guénon’s formation, his sources, his eclectic cultural frequentations. First of all, the fascination for the East seems due to a cultural fashion that has very ancient roots in Europe and, in particular, in France: the idea of the East as a place of origin, as an exotic horizon bearer of who knows what mysteries has always been a widespread commonplace. Guénon was particularly fascinated by India, which, however, he never had the opportunity to visit and, according to van Win, Guénon did not know Sanskrit and read Hindu texts only in translation. The French esotericist also frequented some Masonic lodges, but he was one of the most qualified contributors to the anti-Masonic press of the time! The conversion to Islam, then, contrasts with the passionate defence of the Catholic Church, of which Guénon was often a standard bearer in his writings. Finally, Guénon rarely cites the sources from which he drew inspiration.

Certainly, the life and work of Guénon can present ambiguous and contradictory aspects, but there is no doubt that the body of his writings describes with extraordinary precision the frightful metastasis of democratic degeneration. The denunciation of the pan-Satanism that infests the modern world has never been so convincing as in Guenon’s lucid pages, which nevertheless never induce despair, but on the contrary encourage the reader, with an almost imperturbable language, to a firm stance and a virile assumption of responsibility.

Finally, it should be noted that van Win reproaches Guénon for the absence of references to Christian love. In reality, van Win himself, an author of clear Masonic sympathies, does not really express himself as an altar boy; and on the other hand it is universally known that egalitarian ideologies are by definition the factory of hatred!


Jean van Win, Contre Guénon, Éditions de La Hutte, Bonneuil-en-Valois 2010, pp.278

Il Vangelo secondo Caraco

Caraco Religion
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Albert Caraco è un autore ancora relativamente poco conosciuto, ma negli anni a venire le sue opere sono destinate a sicura diffusione, dato il loro carattere profetico. Di particolare interesse è il saggio Écrits sur la religion, dedicato al tema del sacro.

Caraco, ebreo di origine, convertito al cattolicesimo per opportunità sociale e scettico ad oltranza, offre un punto di vista originale e distaccato sulla religione. Nell’introduzione al libro l’autore afferma che se gli è rimasta un’ombra di religione, la definirebbe in senso gnostico.

Caraco definisce l’uomo come un animale metafisico al quale occorre dare una prospettiva trascendente per rendere sopportabile l’esistenza, ma ogni forma di ordine che l’uomo cerca di definire sembra al nostro autore un’allucinazione autorizzata.

Fra i tre monoteismi, Caraco non nasconde una qualche simpatia per la sua religione di origine, l’Ebraismo, che secondo lui ha almeno qualche caratteristica di originalità. Caraco pensa che le religioni monoteiste siano destinate a essere riassorbite nella loro origine ebraica, ma nello stesso tempo l’Ebraismo eserciterà il suo spirito di vendetta con perseveranza inflessibile. Inoltre i sistemi monoteisti mostreranno di essere inclini all’ateismo molto più di quelli pagani, e a questo proposito Caraco osserva che il popolo ebraico, dopo aver inventato il monoteismo, ha assunto il ruolo di liquidatore fallimentare della religione. L’era ecumenica che si profila all’orizzonte viene definita come il tempo dell’infelicità assoluta, e i lettori del XXI secolo possono constatare la straordinaria veridicità di questa affermazione!

Il filosofo dell’assurdo notava anche la somiglianza fra miti politici e illusioni religiose e la facilità con cui la folla si lascia manipolare da demagoghi di volta in volta comunisti, fascisti o democratici…

L’orizzonte messianico del monoteismo appare a Caraco come una buffonata che può avere effetti psicologici estremamente pericolosi su masse di ingenui e di sempliciotti.

Le illusioni del progresso, del miglioramento e della verità morale hanno ricevuto il crisma religioso dai monoteismi, ma troppo spesso hanno generato il fanatismo, e Caraco pensa che il sano esercizio del dubbio che ci ha insegnato l’umanesimo classico sia la più importante lezione culturale che il genere umano sia riuscito a elaborare.

Caraco ritiene quindi che esista un dovere di esercitare una critica radicale e anche di arrivare allo scandalo e alla profanazione, soprattutto quando la fede religiosa non è più sufficiente a fornire risposte all’angoscia esistenziale.

Affrontando il problema del male, Caraco afferma che le caratteristiche più evidenti del male sono l’incoerenza, la dismisura e la soggettività, eppure le religioni istituzionali non fanno menzione di questi atteggiamenti…

Del resto il nostro autore scrive che la legittimità di un qualsiasi sistema di potere si fonda sulla menzogna, sul terrore e sul consenso che deriva da quest’ultimo. E Caraco profetizza che proprio nel mondo globalizzato il potere si configurerà come il sistema della paura generalizzata e dell’esaurimento di ogni atteggiamento spontaneo…

Proprio per questo l’umanità dovrebbe riscoprire il valore della disobbedienza e dello spirito di rivolta: il diritto alle idee false è un lusso che l’uomo contemporaneo non può più permettersi!

Estremamente interessante è il capitolo in cui Caraco espone le sue ipotesi sull’evoluzione futura del sentimento religioso. La storia recente ha mostrato come la mentalità dominante sia divenuta sempre più scettica: le classi dirigenti in certe occasioni hanno anche tentato di cancellare ufficialmente la religione, ma le persecuzioni anticristiane della Rivoluzione francese e del comunismo, e quelle antisemite dei regimi fascisti non hanno fatto altro che creare un culto dei martiri. L’attuale temperie del mondialismo si caratterizza come la realizzazione del messianismo ebraico, tuttavia il sistema che ne deriva sta creando squilibri e ingiustizie sociali di tale portata che forse tra non molto l’umanità sarà colta da un sentimento di totale sfiducia verso questo stato di cose. In un contesto che Caraco non esita a definire come l’età della rassegnazione e del dispotismo ecumenico, non è escluso che possano rinascere forme di paganesimo, ma l’inquietante sviluppo delle biotecnologie potrebbe portare anche a una divinizzazione dell’eugenetica…

Questa raccolta di saggi è davvero una preziosa riserva di idee in un’epoca di smarrimento universale in cui sia la fede che l’ateismo necessitano di stimoli nuovi: il pensiero sempre spiazzante di Caraco fornisce spunti di singolare intelligenza!

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Albert Caraco, Écrits sur la religion, Editions l’Age d’Homme, Lausanne 1984, pp.348

Conflitti di razza, conflitti di classe

Albert Caraco ha affrontato in un corposo saggio il tema del razzismo, argomento che sembrava scomparso dal dibattito culturale nella seconda metà del ‘900, ma che oggi è tornato prepotentemente di attualità, poiché la classe dirigente mondialista è impegnata in un goffo tentativo di coprire i suoi loschi affari con infantili argomentazioni antirazziste.

Una lettura quindi di sicuro interesse Les Races et les Classes di Caraco, anche perché l’autore francese affronta il tema col consueto distacco e con la consapevolezza che, se il mondo abitato dalle varie razze è uno solo, tuttavia sono infinite le ragioni che oppongono un gruppo all’altro. La complessità dei comportamenti umani mostra continuamente una mescolanza di amore e di odio, di razzismo e di universalismo che si possono riscontrare all’interno di uno stesso individuo o di una stessa concezione del mondo.

La struttura del libro è molto agile e ben costruita, poiché si tratta di una serie di dialoghi che trattano i vari argomenti, dialoghi che si svolgono fra personaggi talvolta immaginari che rappresentano attitudini culturali o scelte ideologiche: il razzismo e l’umanesimo, il negrofilo e il negrofobo, il filosemita e l’antisemita…

Il pensiero di Caraco non è mai semplicistico, e parte dall’idea che nessun concetto può resistere all’urto dello spirito critico. Se il nostro autore afferma che le teorie razziste sono pregiudizi indimostrati, tuttavia è altrettanto diffidente delle teorie egualitarie, i cui assiomi sfiorano l’osceno. La conclusione che se ne ricava è il fallimento di ogni morale e di ogni illusione di progresso: al di là delle teorie razziste e di quelle egualitarie, Caraco vede soltanto una massa subumana di sciocchi, di folli, di codardi e di bruti!

Alcune osservazioni di Caraco sono profetiche, se si pensa che il libro è stato scritto nel 1967. Caraco afferma: “entriamo in un mondo in cui la follia è l’elemento costitutivo dell’ordine”; e ancora: “il buon senso sarà considerato un’eresia”. Sembra l’esatta descrizione del mondo globalizzato!

Per non parlare della delirante “Pace Messianica” che oggi viene propagandata con tanta insistenza e che, per Caraco, non sarà altro che un cimitero dello Spirito in cui i despoti avranno campo libero.

Infatti nel vuoto ecumenico della civiltà contemporanea Caraco intravede grandi spazi per la resurrezione dei fanatismi, e mostra che sia il razzismo sia l’uguaglianza si prestano al rischio ideologico: ovvero un riduzionismo semplicistico che viene utilizzato dalla classe politica per offrire alle masse una facile quanto illusoria chiave di lettura della realtà.

L’insopprimibile differenza fra gli individui spinge le istituzioni democratiche a esercitare continuamente l’intimidazione, la violenza e la sopraffazione per attuare l’uguaglianza; d’altra parte sotto l’apparente calma del linguaggio istituzionale, covano diffidenze e sospetti reciproci destinati verosimilmente a generare esplosioni di violenza.

Nell’epoca dell’Ancien Régime la disuguaglianza istituzionalizzata col sistema delle caste aveva in qualche modo limitato la violenza, mentre le teorie democratiche hanno scatenato forze distruttive che hanno dato vita alle grandi dittature del XX secolo e che stanno costruendo un regime di tirannia globale che Caraco immaginava e che oggi stiamo sperimentando sulla nostra pelle…

La conclusione del nostro autore è che l’illuminismo ha aperto gli occhi all’umanità, ma solo per fargli vedere le tenebre in cui è avvolta: il mondo non può essere nulla di più che un inferno organizzato!

Di grande interesse sono le osservazioni sui meticci che presentano personalità particolarmente sfaldate proprio in virtù della loro molteplice appartenenza. Del resto è proprio per questo motivo che il mondialismo vuole imporre l’imbastardimento universale: per controllare e manipolare a piacimento una massa indistinta di individui amorfi.

Caraco ritiene che l’esplosione demografica porti inevitabilmente allo scoppio di feroci conflitti razziali: gli uomini sono troppo numerosi perché la tolleranza sia praticabile. Ma in questa desolante visione non mancano profetiche allusioni alle reazioni contro la globalizzazione: la scomparsa delle nazioni lascerà spazio alla rinascita di identità locali. Non ci saranno più Francesi, ma Bretoni, Alsaziani, Provenzali, Corsi…

Un altro fenomeno intravisto dal lungimirante Caraco era il riaffacciarsi di un certo razzismo neocoloniale che va a braccetto con la lobby ebraica e che utilizza la propaganda sionista come foglia di fico per coprire inconfessabili interessi: è proprio questa la logica delle moderne guerre “umanitarie”.

Inoltre il pensatore francese non risparmia le frecciate alla Chiesa Cattolica, che in passato rifiutava l’ordinazione di sacerdoti di colore e che nel corso del XX secolo si è totalmente ebraicizzata!

Il tema religioso, sempre centrale in Caraco, è affrontato dal punto di vista della fine della storia: i sistemi di pensiero che dall’Ebraismo sono scaturiti, Cristianesimo, Islam e comunismo, confluiranno nell’orizzonte del messianismo ecumenico, che però sembra destinato non tanto a concludere la storia, quanto a preparare una deflagrazione universale…

Les Races et les Classes è quindi un buon testo di riferimento per meditare sulle questioni razziali, che i mass media affrontano con una sconcertante superficialità e con un tono moralistico decisamente fuori luogo, data la gravità del problema.

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Albert Caraco, Les Races et les Classes, Éditions l’Âge d’Homme, Lausanne 1967, pp.416

Céline en Italie

Céline en Italie

Maurizio Makovec a publié un livre fort intéressant sur la fortune littéraire de Céline en Italie. Cet essai, précédé par un éclairant avant-propos d’Alain de Benoist, est divisé en deux parties: la première est dédiée à la critique et aux interprétations de Céline dans la culture italienne, la deuxième partie fait la revue des traductions italiennes des œuvres de Céline. La critique italienne s’aperçoit bientôt du phénomène Céline et déjà en 1933, à un an de la publication du Voyage au bout de la nuit, on lit dans les revues italiennes les premières considérations à l’égard de cet auteur, quoique parfois superficielles et trompeuses (Guglielmo Serafini voit dans le roman une “littérature de propagande prolétaire”!). Avec plus de finesse, d’autres critiques voient dans le Voyage une puissante description de la condition exaspérée de l’homme moderne et, de toute façon, le donné important est que Céline dans les années ’30 est lu par des auteurs qui seront décisifs dans la littérature italienne du XXe siècle: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti.

Dans l’après-guerre il n’y a pas d’interventions significatives sur le sujet jusqu’à 1964, lorsque paraît Mort à crédit, traduit par le poète Giorgio Caproni, avec une préface du prestigieux critique Carlo Bo. Le livre, introduit en Italie par deux noms influents connaît un bon succès et conséquemment les éditeurs italiens publient d’autre titres, qui rencontrent l’intérêt de plusiers intellectuels: Guido Ceronetti, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. En 1981 paraît la traduction de Bagatelles pour un massacre, par Giancarlo Pontiggia. La publication du célèbre pamphlet antisémite déchaîne, ça va sans dire, beaucoup de polémiques. La culture de gauche élève ses lamentations rituelles parmi lesquelles se signale celle de Bianca Maria Frabbotta, qui affirme: «le très fameux protagoniste du Voyage est la couille qui écrit Bagatelles, et si quelque chose a changé c’est seulement le rapport entre auteur et protagoniste». Mais des critiques plus intelligents saisissent la force de l’œuvre qui se caractérise pour une véhémence littéraire exceptionnelle et pour la fondamental valeur de témoignage historique. Makovec affirme que l’autre pamphlet antisémite L’école des cadavres n’a jamais été traduit en italien, mais on doit relever une imprécision, en fait il existe une traduction qui maintenant est hors commerce: Céline, La Scuola dei cadaveri, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997.

De grande importance est la traduction du Voyage par Ernesto Ferrero (1992). Cette version, fort appréciée par les lecteurs, consacre définitivement Céline pour le grand public.

Dans la seconde partie de son essai Makovec compare les traductions italiennes de Céline, auteur qui emploie un langage tout à fait particulier et qui utilise souvent l’argot. C’est un travail très problématique la traduction de Céline, et son particulier usage de la langue avec le poignant lyrisme qui le caractérise a attiré l’attention des poètes surtout. Selon Makovec les meilleurs traducteurs de Céline sont Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Mais le goût change et le langage animé de Céline aurait besoin de mises à jour périodiques. Souvent les traducteurs utilisent des mots des dialectes italiens pour traduire l’argot, mais beaucoup d’eux sont originaires du nord de l’Italie, et pourtant certains mots ne sont pas connus par tout le public italien.

Makovec confronte des morceaux dans deux traductions diverses et met en évidence des frappants différences entre traductions “laides mais fidèles ” et traductions “belles mais infidèles”.

Dans l’ensemble le livre de Makovec est un bon point de réfère pour approfondir la connaissance d’un auteur extraordinaire et controversé qui a été toutefois l’un des plus grands voyants du XXe siècle.

Maurizio Makovec, Céline in Italia. Traduzioni e interpretazioni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240

Il lavoro di loggia

Per capire le trame occulte che fondano le strutture di potere del mondo contemporaneo è essenziale studiare la storia della Massoneria. Un ottimo punto di riferimento per approfondire la conoscenza di questa inquietante associazione è lo studio di Bernard Faÿ: La massoneria e la rivoluzione intellettuale del Settecento (Edizioni di Ar, Padova, 1999, pp.304).

Nel clima di rinnovamento culturale della Francia occupata dai tedeschi fu possibile un lavoro scientifico impensabile in un sistema “democratico”: Bernard Faÿ, allora direttore della Biblioteca Nazionale, fece trasferire nell’istituto che dirigeva gli archivi del Grande Oriente di Francia e li mise a disposizione degli studiosi. Faÿ aveva scritto nel 1935 la sua fondamentale opera sulla massoneria, e il suo libro era stato anche tradotto in italiano e pubblicato da Einaudi nel 1939. Naturalmente nello scenario “democratico” successivo alla seconda guerra mondiale il libro di Faÿ venne dimenticato, e lo stesso Faÿ dovette subire la via crucis delle persecuzioni che si abbatte su chi osa diffondere pensieri sgraditi ai poteri oligarchici. Oggi è nuovamente disponibile il volume del Faÿ grazie alla meritoria opera delle edizioni di Ar. Questa edizione contiene anche l’ampia recensione che Julius Evola scrisse per la rivista La Vita Italiana.

Il libro del Faÿ prende le mosse dal 1715, quando muore Luigi XIV°. Sotto il regno del Re Solela Franciaaveva raggiunto il culmine della potenza: sotto la guida sicura di questo sovrano la nazione aveva ottenuto grandi successi militari, ed era divenuta il faro culturale dell’Europa con una classe intellettuale ispirata all’ottimismo cristiano del filosofo Leibniz, che era stato chiamato a coordinare il sistema educativo francese, inoltre l’economia francese era cresciuta grazie alle misure protezionistiche del ministro delle finanze Colbert (oggi “colbertista” è considerato un insulto dagli oligarchi “democratici”). Il Re Sole, tuttavia, a causa del suo atteggiamento autoritario era mal visto da buona parte della nobiltà, e alla sua morte comincia a diffondersi in Francia un nuovo clima culturale. Il fenomeno che comincia a formarsi in Francia aveva il suo antecedente in Inghilterra, dove la nobiltà aveva dato scacco al re con la cacciata degli Stuart e l’arrivo al trono degli Hannover. Mentre nella maggior parte delle nazioni europee il sistema feudale reggeva ancora caratterizzandosi per un ruolo decisivo dei rispettivi sovrani, in Inghilterra cominciavano a delinearsi i presupposti della massificazione democratica.

Faÿ descrive alcuni personaggi che testimoniano del mutamento di mentalità che si delineava in Francia. Antoine Hamilton scrisse un libro di memorie che descriveva l’alta società dell’epoca: una nobiltà libertina e irresponsabile che stava venendo meno al suo ruolo di guida militare e sociale. Un’altra figura intellettuale che testimonia dei tempi nuovi era il conte Henri de Boulainvilliers. Costui aveva elaborato un sistema di pensiero piuttosto stravagante fondato sul determinismo astrologico e che prevedeva una posizione di preminenza della nobiltà di origine franca sulla popolazione francese di origine celtica e sullo stesso istituto della monarchia: l’opera di de Boulainvilliers piacerà agli illuministi perché minava il potere monarchico.

Sebbene la modernità abbia avuto il suo scoppio violento nella Rivoluzione Francese, è in Inghilterra che si elaborarono le idee rivoluzionarie: i philosophes illuministi francesi citano continuamente l’Inghilterra come punto di riferimento ideale. Nei paesi protestanti le idee “moderne” si trovavano la strada spianata dalla Riforma: dall’attacco alla Chiesa Cattolica si era facilmente passati a un vago deismo o a un aperto ateismo nelle classi sociali più colte, mentre fra i ceti più popolari il sentimento religioso si frammentava nella miriade di sette che caratterizza il cristianesimo protestante. Si cercava in particolare di diffondere l’idea che l’uomo è spinto dai desideri, dalle passioni, dai vizi, e da questi è spinto a lavorare e a guadagnare: si vede come si prefiguri in questo modo il mito produttivistico del pensiero liberal-marxista di cui è imbevuta la modernità. Uno specchio fedele dell’alta società inglese era il “club delle fiamme infernali”, i cui membri si proponevano di praticare il vizio come regola di vita, ostentando una particolare propensione alla sodomia… La sete di denaro diveniva dunque il valore supremo, e questa mentalità materialista totalmente avulsa da preoccupazioni di responsabilità sociale si rifletteva anche nel mondo dell’amministrazione statale dove la corruzione regnava sovrana (basti pensare che lo stesso Benjamin Franklin ebbe a dire che l’indipendenza degli Stati Uniti si sarebbe potuta ottenere corrompendo il parlamento e il governo inglesi utilizzando un quarto del denaro speso per la guerra). La società inglese del XVIII° secolo aveva realizzato quelle condizioni di corruzione morale e di degrado civile che preparano la strada alla “democrazia”. In questo clima clubs e associazioni di ogni genere propagandavano le idee nuove, e alcune di queste associazioni si richiamavano alle corporazioni dei muratori medievali. Nel 1717 quattro di questi gruppi si riunirono nella “Grande Loggia d’Inghilterra”: nasceva così la massoneria moderna, destinata a combattere la crociata alla rovescio della laicità. Fra i primi gran maestri della neonata istituzione ci fu Jean-Théophile Desaguliers, un pastore protestante di origine francese emigrato in Inghilterra. Desaguliers era un uomo di grande cultura e diede alla massoneria importanti indirizzi dottrinali, fra i quali spicca una particolare considerazione per la figura di Caino, mentre Abele viene dimenticato: vediamo ancora oggi quanto la classe dirigente delle “democrazie” conti fra le sue priorità l’apologia del crimine. Ma quel che è più importante è che si delinea il concetto di “fratellanza” massonica; i massoni infatti affermano di rispettare le leggi del luogo in cui vivono, ma riconoscono la fratellanza che li lega come un valore superiore a qualsiasi altro. Questa è l’intima radice ideologica dell’internazionalismo contemporaneo: non un rapporto di reciproco rispetto fra i popoli, ma un segreto patto fra gli “iniziati” che governano le nazioni.

Le logge massoniche, allora come oggi, si caratterizzavano per i rituali bizzarri e per i riferimenti alle più svariate mitologie e religioni che vengono gettati alla rinfusa nel ciarpame dell’esoterismo massonico. È comprensibile che all’epoca la cosa potesse avere il fascino della novità: un giovane colto e benestante di quel tempo poteva essere sedotto dall’atmosfera di mistero e dagli altisonanti titoli che venivano conferiti nelle logge. Questo spiega in parte lo straordinario successo che l’associazione ebbe nel XVIII° secolo: in Francia la massoneria conosce grande diffusione, anche perché il cattolicesimo francese era debole e diviso da controversie teologiche. In Spagna, in Portogallo e negli antichi stati italiani, invece, la massoneria trova notevoli difficoltà, sia per una maggior tenuta della società feudale, sia per la pronta reazione del papa Clemente XII° che nel 1738 lanciò la scomunica contro chi aderiva alla massoneria.

La massoneria si diffonde rapidamente anche nelle colonie inglesi del Nuovo Mondo, e qui si assiste ad una prima prova di operatività su grande scala dell’istituzione. Indubbiamente l’indipendenza delle colonie americane era scritta nella forza delle cose: l’Inghilterra non poteva pretendere di tenere sotto il suo dominio un intero continente sito dall’altra parte del globo. Tuttavia è altrettanto indubbio che la nascita degli Stati Uniti ha avuto una forte impronta massonica, infatti molti dei padri fondatori che scrissero la dichiarazione d’indipendenza erano massoni, e massoni erano i due più importanti artefici della guerra d’Indipendenza: Benjamin Franklin e George Washington (quest’ultimo si fece ritrarre più d’una volta in pose massoniche). La celebre giornata che diede inizio alla Rivoluzione Americana fu una giornata massonica: gli uomini travestiti da pellerossa che gettarono in mare le casse di tè erano i membri della Loggia di Sant’Andrea, che si riuniva alla «Taverna del Drago Verde e alle Armi della Massoneria». Gli eserciti feudali dopo una vittoria facevano cantare il Te Deum, Washington, dopo le vittorie, sfilava con i paramenti massonici. Franklin, che si occupava della parte diplomatica della Rivoluzione, era a Parigi per trovare alleati militari, e si appoggiò alla Loggia delle Nove Sorelle, la più brillante fra le logge francesi che avrà un ruolo decisivo nella diffusione delle idee illuministiche. Dunque la massoneria ha avuto una parte predominante nella Rivoluzione Americana, e c’è un episodio davvero significativo che indica fino a che punto le istituzioni americane fossero fin dal principio imbevute di spirito massonico. Infatti dopo la guerra alcuni ufficiali che si erano battuti valorosamente nella lotta di indipendenza pensarono di creare un’associazione che doveva costituire una sorta di aristocrazia militare della neonata repubblica, ma lo stesso Franklin intervenne per impedire questa eventualità. Si vede anche qui uno degli aspetti tipici del mondo moderno: le ambizioni degli elementi più capaci vengono frustrate e sacrificate al supremo valore dell’egualitarismo “democratico”, che contempla un particolare astio verso il principio di ereditarietà.

Faÿ conclude il libro conla RivoluzioneFrancese, l’evento che pone fine ufficialmente al mondo feudale e consacra di fatto la massoneria come struttura di potere della modernità. Può apparire strano come la nobiltà e il clero francesi, e anche di altri paesi, abbiano aderito in gran numero alla massoneria che si proponeva di spazzare via il mondo aristocratico (Faÿ parla, al proposito, di suicidio massonico dell’alta nobiltà). Ma probabilmente i più perspicaci e lungimiranti nobili dell’epoca capivano che il baricentro del potere si spostava sempre di più verso la classe borghese dei mercanti, dei banchieri, degli imprenditori, e quindi si apprestavano a “riconvertirsi” nella nuova scala sociale che si stava preparando. Faÿ, tuttavia, rileva anche come molti nobili, che forse avevano aderito in maniera più superficiale alla nuova istituzione, fossero rimasti sconvolti dalla violenza del moto rivoluzionario: evidentemente non pensavano che quei raffinati incontri intellettuali potessero concretizzarsi nella ghigliottina !

Libertà di espressione: 404 NOT FOUND

Le Edizioni all’insegna del Veltro hanno pubblicato la traduzione italiana dell’introduzione agli studi revisionisti di Robert Faurisson. È quanto mai opportuna la pubblicazione di questo volume in un momento in cui l’intolleranza verso la cultura antagonista diventa sempre più feroce e determinata, come ha mostrato il caso di David Irving, che dovrebbe far riflettere le coscienze libere su quale sia la natura della «libertà d’opinione» nella democrazia moderna. L’introduzione di Faurisson fa il punto sullo stato della ricerca storica cosiddetta «revisionista» in merito al tema della persecuzione antiebraica da parte dei regimi fascisti.

Sul piano scientifico la storiografia revisionista ha ottenuto una vittoria totale smascherando molte delle mitologie create attorno al tema dell’“Olocausto”, sia per quanto riguarda il numero delle vittime, sia per le modalità con cui sarebbe stato condotto lo sterminio. Inoltre la disponibilità di materiale attraverso internetrende possibile aggirare, almeno in parte, l’apparato della censura che vigila sui dogmi democratici. Tuttavia, nonostante questi successi, man mano che ci si allontana dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale, la repressione contro gli storici revisionisti diviene sempre più soffocante, e non mancano i casi di studiosi che hanno raccolto un’imponente mole di documenti e le cui biblioteche sono state condannate… al rogo! Esattamente come avrebbe fatto la Santa Inquisizione nei secoli passati. Episodi di questo tipo dimostrano come la “democrazia” occidentale abbia di fatto assunto il carattere di una teocrazia ebraica. Lo stesso Faurisson è stato privato della cattedra universitaria per decisione ministeriale non motivata, ed ha subito aggressioni fisiche da parte di milizie armate (Faurisson afferma che in Francia gli ebrei hanno il privilegio inaudito di poter formare milizie armate con l’assenso del Ministero dell’Interno!). Come se non bastasse, è stato accusato per reati d’opinione e condannato più d’una volta nei tribunali della “democratica” Francia.

Nonostante la via crucis che ha dovuto sopportare, Faurisson è ancora convinto che la tattica migliore della storiografia revisionista sia quella dell’attacco frontale: gli avversari non se l’aspettano e ne rimangono disorientati, poiché sono incapaci di comprendere le motivazioni di studiosi spinti soltanto dall’onestà intellettuale, e non da un tornaconto economico o politico, mentre la storiografia “ufficiale” ha essenzialmente il compito di tutelare gli interessi del sionismo. Faurisson analizza, oltre alle difficoltà di carattere legale della battaglia revisionista, anche quelle di tipo ideologico e culturale. Infatti il mito dell’Olocausto, inculcato da una propaganda martellante, ha assunto il carattere di una superstizione religiosa, ed è accettato in modo assolutamente acritico da un’opinione pubblica ormai regredita allo stadio infantile (Faurisson paragona i campi-museo a Disneyland…).

Di conseguenza i brillanti risultati scientifici ottenuti dal revisionismo, oltre ad essere osteggiati dalla censura della cultura “ufficiale”, vengono difficilmente recepiti dal pubblico dei lettori appassionati di storia. Il futuro certamente non lascia presagire nulla di buono per chi vuole diffondere una cultura alternativa, e la “democrazia” ha ancora un lungo cammino da fare per garantire un livello accettabile di libertà d’opinione. Faurisson ritiene che chi vorrà affrontare la strada della storiografia revisionista, dovrà avere «l’eroismo di Antigone e una singolare abnegazione», e conclude esortando al «dovere di resistere» e ricordando che il compito dello storico è quello di far luce sulla verità e non di incaricarsi della «vendetta dei popoli» e, ancor meno, della vendetta di un popolo che si pretende eletto da Dio.

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Robert Faurisson, Introduzione a «Écrits Révisionnistes», Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2005, pp.80

Donne e religioni

Uno degli aspetti più interessanti del dibattito ideologico contemporaneo è il rapporto fra pensiero femminista e religioni. Il femminismo, che è ideologia di stato nelle democrazie occidentali, presenta evidenti punti di attrito con la morale religiosa tradizionalmente definita.

A questo tema è dedicato il saggio Man’s Dominion: the Rise of Religion and the Eclipse of Women’s Rights di Sheila Jeffreys. L’autrice insegna scienze politiche all’Università di Melbourne, ed è una delle voci più accreditate del femminismo mondiale, per cui leggendo il suo libro possiamo farci un’idea di cosa bolle in pentola…

La Jeffreys ripercorre alcuni punti chiave della questione nella storia recente. Fra gli anni ‘60 agli anni ‘80 si era formata la convinzione che le religioni fossero entrate in una fase di irrimediabile declino, e le ideologie di sinistra utilizzavano i tradizionali argomenti laicisti e anticlericali nella loro pubblicistica. In quel periodo le femministe ottennero in quasi tutto il mondo occidentale i loro più brillanti successi: il divorzio e l’aborto. Le campagne propagandistiche delle rivendicazioni femministe erano improntate a uno scontro frontale con le Chiese cristiane dal quale queste ultime uscirono praticamente disintegrate.

A partire dagli anni ‘90 le cose cominciarono a cambiare: il massiccio arrivo in Occidente di migranti dai paesi musulmani costrinse le autorità a riconoscere come accettabili e talvolta come riconosciuti dalla legge stili di vita che sarebbero considerati inammissibili per i cittadini delle nazioni occidentali.

Di fatto nelle comunità islamiche che vivono in Occidente la condizione femminile non ha subito un’assimilazione con quella delle donne occidentali, ma è rimasta sostanzialmente legata alle abitudini dei luoghi d’origine. La sinistra, che governa pressoché indisturbata in tutto il mondo occidentale, imponendo a suon di quote rosa l’agenda femminista, si è trovata a dover gestire il rapporto con le comunità di immigrati, in gran parte musulmani, e a dover scegliere fra l’accondiscendenza a queste popolazioni e le rivendicazioni dell’emancipazione femminile. Di fatto si sono create due società parallele: quella degli autoctoni in cui i maschi sono in stato di minorità giuridica, e quella degli immigrati in cui il patriarcato non è stato nemmeno scalfito.

Poiché il tasso di riproduzione delle popolazioni immigrate è soverchiante rispetto a quello delle popolazioni autoctone occidentali, è facile prevedere che il femminismo nell’arco di una o due generazioni finirà nella pattumiera della storia…

La Jeffreys lamenta anche la difficoltà di verificare la condizione femminile all’interno delle famiglie e delle comunità, lasciando intendere che in nome dell’emancipazione femminile vorrebbe fare a pezzi il diritto alla privacy…

La stessa Jeffreys riferisce allarmata che la critica alla condizione femminile nell’Islam viene tacciata di razzismo anche in ambito universitario, per cui accade frequentemente di vedere la paludata e pomposa cultura accademica delle tirannie progressiste che diviene vittima della sua stessa ideologia antidiscriminatoria!

A turbare i sogni delle femministe ci sono anche correnti culturali e congregazioni del mondo cristiano che hanno una concezione della donna che ai loro occhi appare inaccettabile. E non è finita qui: anche nella religione ebraica ci sono sette che assegnano alla donna ruoli sociali e famigliari che le neosuffragette considerano retrogradi.

Buona parte del libro è dedicata a un aspetto che accomuna Islam e correnti particolari del Cristianesimo nordamericano e dell’Ebraismo: la poligamia. Questo, a quanto pare, è il boccone più amaro per le pensatrici femministe. La poligamia è considerata intrinsecamente dannosa per la donna e in particolare l’idea che un maschio abbia a disposizione un harem per soddisfare i suoi desideri sessuali è un vero e proprio incubo per la Jeffreys. Negli Stati Uniti e in Canada la poligamia presso i Mormoni, ufficialmente abbandonata dal 1890, è di fatto praticata in alcune comunità e negli ultimi anni ci sono state sentenze dei tribunali che hanno dichiarato legittime situazioni di questo tipo.

Da notare che la Jeffreys prende in considerazione solo le religioni monoteiste, sebbene tutte le altre religioni rappresentino la maggioranza del genere umano, soprattutto se si considera che il Cristianesimo come religione praticata è ormai una minoranza. Ovviamente questa attenzione ai monoteismi dipende dal fatto che la concezione biblica di Dio ha segnato in modo decisivo la storia occidentale, ma si tratta di un atteggiamento a dir poco sorprendente per chi afferma quotidianamente di voler mettere sotto processo la cultura…occidentale!

Il fatto poi che l’Occidente sia stato pagano prima di essere cristiano, non viene nemmeno preso in considerazione…

Tuttavia il punto di vista femminista è in evidente imbarazzo nel dover assumere un atteggiamento di fronte alla religione. Vediamo di sintetizzare i termini della questione:

Ebraismo

Gli ebrei ortodossi sostengono una rigida distinzione dei ruoli sessuali e talvolta in alcune sette praticano la poligamia se non addirittura il concubinaggio sull’esempio del patriarca Abramo che si unisce alla schiava Agar.

Cristianesimo

Sebbene in passato la morale cristiana si opponesse decisamente a femminismo e omosessualismo, oggi le Chiese cristiane, dopo aver perso rovinosamente quelle battaglie, sono prevalentemente passate al campo avversario. Tuttavia restano consistenti fette di dissenso nel mondo cristiano e il tema della poligamia dei Mormoni viene visto dalle femministe come una mina vagante.

Islam

È la religione tradizionalmente più “maschilista”, ammette regolarmente la poligamia e l’utilizzo del velo per coprire il volto femminile.

Inoltre tutte le religioni hanno tradizionalmente condannato l’aborto e l’omosessualità, seppur con sfumature differenti.

La conclusione della Jeffreys è che occorrerebbe una vigorosa offensiva laicista contro tutte le religioni, poiché secondo lei le religioni avrebbero ripreso forza in quanto paravento dei “privilegi maschili” perduti (per farsi un’idea di quali siano i “privilegi maschili” si raccomanda la lettura del libro di Warren Farrell Il mito del potere maschile).

La domanda è: le ideologie di sinistra possono permettersi una strategia di questo tipo?

È ben noto che cosa significhi l’Ebraismo per la sinistra; le masse musulmane in Europa, finanziate da un’alluvione di petroldollari, portano milioni di voti ai progressisti; le Chiese cristiane sono ormai ridotte al ruolo di vivaio della classe politica progressista. Del resto anche dal punto di vista concettuale il Dio della Bibbia non è altro che la mentalità femminea e piagnucolosa che genera l’ideologia del vittimismo…

Insomma, un attacco alla religioni del Libro per le femministe significa mordere la mano che le nutre!

Non solo: la Jeffreys lamenta anche il fatto che i più influenti intellettuali atei e agnostici dell’attuale panorama culturale hanno il difetto…di essere maschi (!?!).

Questioni di non facile soluzione per le pensatrici femministe saldamente insediate nelle università e nelle istituzioni occidentali…

La lettura di libri di questo genere è particolarmente disturbante e lascia l’amaro in bocca perché ci si rende conto di quale livello di paranoia ideologica sia stato instaurato dall’autoritarismo politicamente corretto. Ma la buona notizia è costituita dalle contraddizioni macroscopiche generate dallo stesso sistema, contraddizioni sulle quali gli oppositori del regime mondialista possono svolgere un proficuo lavoro per costruire un’alternativa e infondere speranza in un mondo nuovo.

***

Sheila Jeffreys, Man’s Dominion: the Rise of Religion and the Eclipse of Women’s Rights, Routledge 2011, p.232

Medieval Storytelling

excerpts from: Cesarius of Heisterbach “THE DIALOGUE ON MIRACLES”

Of a clerk who debauched a Jewish maiden, and

how the Jews were struck dumb in the Cathedral,

when they tried to accuse the offender who was now

contrite.

___

In a city of England there lived the daughter of a Jew, who,

like many of her race, was a very beautiful girl. A young

clerk, a relative of the bishop of that city and a canon of the

cathedral saw her and fell in love with her, and after much

difficulty persuaded her at last to consent to his desires. When

in his impatience and consuming passion, he kept daily urging

her, she said to him at last, ” I am very dear to my father, who

watches over me so carefully that neither can I come to you

or you to me, unless it be on the night of the Friday before

your Easter.” For then the Jews are said to labour under a

a sickness called the bloody flux, with which they are so much

occupied, that they can scarcely pay attention to anything else

at that time. The youth hearing this and being almost beside

himself with excess of desire, forgot his Christianity, forgot

the passion of his Lord, and on that very night came to the

maiden and spent the whole night with her till morning.

Now the Jew, her father, in the early hours before the dawn,

entered his daughter’s room, and wishing to see if she were

sleeping quietly or if by chance she needed warmer covering,

came up to her bed. When he saw this youth lying by her

side, he was aghast and cried out with rage and grief, and

was on the point of killing him when he remembered that he

was a relative of the bishop, and fear restrained his hand; but

he cried out in bitter anger, ” What do you here, you vile

Christian? Where is your honour or your religion? You

are delivered into my hands by the just judgment of God, and

I would kill you now like a dog, if I were not afraid of my

lord the bishop.” The youth, terrified by such an awakening

and begging for mercy was driven out of the house in the

utmost confusion. On that day the bishop was to celebrate

the solemn office at three o’clock, and this youth, as being on

duty for the week, was to read the epistle. But while he was

afraid to approach the sacred mysteries with a conscience so

unclean, yet he feared to excite suspicion by getting another

to take his place on such a day, and was afraid to disclose in

confession so foul a sin so recently committed. So when,

overcome by shamefacedness, he had robed himself in the

sacred vestments, and was standing in his place in the bishop’s

presence, the Jew, followed by a great number of his fellows,

burst into the church with a great uproar, intending to complain

to the bishop about his relative. When the youth saw

him and knew full well why he had come, his heart turned

to water, he grew pale, his limbs trembled, and he prayed inwardly

with all his heart,” Lord God, deliver me now, and I

vow to Thee that I will offend no more, and will make all the

amends I can for this sin.” The most merciful Creator, who

hateth sin, but loveth the sinner, as soon as He saw his contrition,

turned the dreaded confusion on to the heads of the

unbelievers. The bishop, wondering what these Jews could

want in the church, especially on that day when they were

representing the passion of Christ their Lord, signed to them

to stand still. They pressed nearer to him, but as soon as they

opened their mouths to accuse the clerk, they found their

voices gone, and none could utter a single word. The bishop,

seeing the mouths of the Jews gaping wide at him and no

sound coming from them, thought they had come there simply

to mock at the holy mysteries, and indignantly ordered them

all to be driven out of the church. As soon as the mass was

over, the clerk, after this experience of the Divine mercy

vouchsafed to him, went to the bishop, made a full confession,

and asked for penance. The bishop, admiring and glorifying

the loving kindness of the Lord, both in the greatness of the

miracle, and in the penitence of the youth, urged and

persuaded him to marry lawfully this girl whom he had

ruined, as soon as she should be born again in the grace of

baptism; for he was a man both merciful and just, and preferred

that his young relative should lose all hope of ecclesiastical

preferment, than that the girl should be exposed to peril

by remaining in her father’s sins. The clerk, not unmindful

of the Divine bounty, and eager to atone to God for the sin

he had committed, took the vows later in our Order, as did his

wife at his instigation, This story was told me by a certain

pious abbot of our Order, and it shows you how much good

was wrought by contrition in the case of this man; for by it

the lapsed was restored, the Jews were put to silence, and an

infidel woman brought to the Faith.

Free Library in a Medieval Village

A beautiful cultural initiative was born in Portico di Romagna: a library with thousands of volumes based on book sharing : the sharing of books that are freely accessible. Readers can take them home and, if they want, they can bring other volumes in exchange ( there are, of course, books recorded in bookcrossing). An invitation, therefore, to the reading and circulation of texts (in any language) which takes place in a very appropriate setting: the library is located near Palazzo Portinari, the residence of the family from which came the famous Beatrice of Dante Alighieri. The library, which carries out various cultural activities, is also the headquarters of the Italian Storytelling Center, an international initiative whose activities take place in this charming medieval village.

The library is open every day

BIBLIOTECA DEI LIBRI LIBERI

via Roma 13

47010 Portico di Romagna (FC) ITALY

https://www.facebook.com/bibliotecadeilibriliberi/