L’ultimo dei poeti maledetti

APOCALISSE 23 di Michele Fabbri è stato pubblicato per la prima volta nel gennaio del 2003. A partire da allora si sono perse le tracce dell’autore, tuttavia quella singolare raccolta di versi continua a essere ristampata regolarmente ancora oggi, inoltre è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e portoghese: un risultato lusinghiero per un genere, quello poetico, che raramente raggiunge un successo di pubblico. Di seguito una serie di recensioni del libro.

_____________________

Michele Fabbri, Apocalisse 23, Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena 2003

Questo volumetto di liriche, inserito nella collana “Alma poesis” – Poeti della Romagna contemporanea, si presenta, in controtendenza, introdotto da un brano dell’Apocalisse. Dal vaglio negativo dei problemi di natura esistenziale, l’Autore giunge ad un’impietosa presa d’atto del senso dell’Essere, del dolore umano e della nullità delle cose. E’ un messaggio, trasmesso al lettore con fine ricerca linguistica e apprezzabile stile letterario, che si colloca come testimonianza. pur se negativa, del nostro tempo. Partendo dall’interpretazione delle antinomie storiche, passate al vaglio del complesso mondo dello spirito, l’Autore compie un’autoanalisi della coscienza, una ricerca del senso dell’Essere, con riflessioni negative sulla problematicità dei suoi esiti. C’è un senso di protesta sociale in quest’atto di sfiducia verso la vita, una impietosa testimonianza del conflitto interiore che la società di oggi genera, un messaggio permeato di dolore e di amarezza, di tristezza e di sofferenza. Inutile cercare in questi versi uno spiraglio di luce, c’è solo la delusione profonda e lo sconcerto del protagonista che si fa trascinare dallo sconforto. dalla diffidenza, dalle frustrazioni, per giungere all’ autoflagellazione: “Non voglio ritornare sui miei passi, il nulla che ho vissuto mi è bastato:/lamento solo la presenza/di un futile passaggio inconsistente/ fra queste schiere d’ombra dei miei simili,/intese a non lasciare traccia alcuna”. E’ un giovane Michele Fabbri. Laureato in storia, ha approfondito 1o studio della letteratura medioevale. Ha già al suo attivo altre pubblicazioni e noi gli auguriamo che possa dare

ancora contributi validi al nostro tempo, fatti anche di analisi critica ma permeati di-speranza e di propositi costruttivi.

Angelo Messina

Il Tizzone n.2 – 2003

***

MICHELE FABBRI “APOCALISSE 23”

A esergo di “Apocalisse 23” (Il Ponte Vecchio 2003) ci sono i versetti dell’Antico Testamento: poi vidi un’altra bestia che saliva dalla terra. Ella aveva corna simili a quelle di un agnello, ma parlava come un dragone”. È un canto luciferino, questo di Michele Fabbri, medievalista, adoratore del male. Per l’occasione viene scomodato il mito dell’Ebreo Errante: “Privo di patria vivo senza affetti / imparo tutti i giorni a farne a meno / e vivo nel distacco dagli oggetti”. Appare la visione di una terra rovesciata, dove i rapporti umani sono dissanguati dall’incomprensione, perché si parla una lingua dispersa in mille rivoli (“Grande Babilonia”). Ma di fronte al libro non occorre fare gli scongiuri, né servono esorcismi. Si tratta piuttosto di rivisitare la poesia cortese, quella più mistica e oscura, che per inciso l’autore ha già frequentato ai tempi di “Trobar clus” (1999). L’esoterismo, insomma, l’immaginario infernale e fantastico sono di nutrimento alla retorica poetica. L’iconoclastia si risolve in un esercizio stilistico. Per dirla tutta, messa in terzine anche la “bestia” dell’apocalisse sembra più mansueta. (B.Pe.)

Storie n.50 – 2003

***

APOCALISSE 23

Dello scrittore forlivese Michele Fabbri, ricercatore in filologia mediolatina all’università di Firenze, ci eravamo già occupati in Vernice n” 19/20, a pagina 38, in occasione di un commento sul libro di poesie “Arcadia”, edito da Il Ponte vecchio di Cesena. A marzo 2003, sempre presso 1o stesso editore, è uscito l’ultimo suo libro in versi, intitolato “Apocalisse 23”. poemetto che vuole integrare la nota profezia giovannea, inclusa nel nuovo testamento, che fino a ieri arrivava fino al capitolo 22, ed ora, dopo 19 secoli dall’evangelista, trova la sua integrazione ad opera del Nostro. Appare evidente l’intento ironico del gesto. che non è per nulla

sacrilego, perché l’ironia è rivolta non contro il cielo, bensì ritorta contro la terra e, anzi, ancor più giù, trapassa gli inferi, ed è rivolta alla bestia, al principe delle tenebre, che, dopo la morte di dio e più ancora in tempi di “pensiero debole” e di una cultura incapace di concepire 1a sacra visione di dio e di traguardare verso l’eterno, si trova spodestato dal suo ruolo blasfemo, ridotto ad essere un povero diavolo, nevrotico, ansioso, neghittoso, incerto. corroso da mille nevrosi e disgusti. perfino votato al suicidio. Quella di Michele Fabbri è ovviamente un’ironia molto seria, essendo i1 diavolo il secondo specchio dell’uomo (il primo essendo dio), è una parola tenuta sempre ad un passo dalla tragedia e dal buio della disperazione. Ma ciò accade per precisa scelta dell’autore e per volontà di promuovere una rappresentazione teatrale pronunciata dagli alti coturni, e non per altro motivo, disincantato e consapevole essendo l’autore del trionfo della letteratura sulla verità, da cui nasce l’orizzonte e il limite della parola scritta dai poeti. che, evidentemente, non potrà mai arrivare ad essere Verbo. Nulla di nuovo e nulla di meno sulla comprovata perizia di gioco ed esercizio di stile con le forme chiuse. aspetto così ricco e così sostanziale in Michele Fabbri. e di cui già si è abbondantemente detto nella precedente occasione informativa.

Sandro Gros Pietro

Vernice n.24/25 – 2003

***

Michele Fabbri: rime (e sonetti) per il museo dell’Apocalisse

L’impiego della rima insieme a ritmi armoniosi riproduce nel testo poetico una serie di equilibri che agevola la lettura di questi versi, così come equivalenti fomiti di evocazione tradizionale e classica. Michele Fabbri conferma così un’efficace e intima riscoperta, concede allo stesso spirito ispirativo tensione e valore di una scrittura che via via riemerge dopo decenni di sfide sperimentali, di immersioni in proprio su un linguaggio poetico-altro, ecc. Così, la cognizione lirica dei versi, chiara denuncia di un proprio principio di istituzione disquisitiva, diviene oasi di una retorica che era appunto scomparsa dal contesto dei movimenti che intendevano spingere più in là l’esperienza inalterata della scrittura in versi. E in tutto il dire (il lavorio dell’intensa testualità) c’è sensibilissima materia per la “lamentazione” e “l’ode”, per i rendiconti di una solitudine mai artefatta e di un discorso (una catarsi privata del “canto”?) continuo dei tormenti dell’io, dell’amore e del colore del mondo, delle fasi “antimoderne” della sua ricerca concisa, grave, naturale, come un’odissea e una preghiera continua alla realtà che attraversa nell’Adesso i punti di fuga della cattura canonica. La moralità speculare è tanta, e ciò che è unitario convoca le parole a farsi senso di una provocazione innovativa piuttosto che commento manicheo in un’area deserta o senza ricordi attivi. È una “melodia dell’aldilà” a conquistare tesi e moniti di cui sono gremiti i versi (non privi di monotonia e tanto meno di tic onomatopeici), ma anche un ludo quotidiano in cui sia il fluente rigenerarsi della vita, sia l’incubo della perdita dell’effimero, segnano contrappunti pensosi non solo fragranti (la rima dentro aiuta una lenta solennità espressionistica) ma drammatici, traumatici, quasi frecce critiche in un contesto di orrenda visualità, e fendenti tutt’altro che vaghi o liristici di cui liberarsi con il quattordicesimo verso, o in quartine assidue e dopotutto mai controverse o soltanto convenzionali. È metastasi orrenda la mia vita./Da solo mi ritiro disturbato,/per grande pena mi sento disperso:/campo d’energia psichica disperso./Sensazioni spaesate: l’irrealtà./Fa spavento il mio vivere sciancato/che teme ogni confronto al mondo ostile,/che scava le trincee dentro se stesso./Un forte mal di testa mi distrugge,/mi rovina i pensieri, mi sbeffeggia,/mi costringe all’assillo di pensare:/il nulla si è dissolto nel mio nulla,/fuori controllo sono i miei pensieri./Tempo maligno che mi crolla addosso. (Il futuro, p. 56) Al senso di compiutezza (e di tardività del metro) si aggiungono un’adeguata percezione della poesia romagnola ottocentesca, un’istanza autobiografica corrispondente all’anelito riflessivo continuo, una rettifica di ciò che Michele Fabbri aveva scorto nelle sillogi precedenti: Trobar clus (1999) e Arcadia (2001). Ma indubbiamente non mancano gli “orientamenti” e le “epifanie” capitali di un’amara voluttà d’urto concettuale, e ciò che di inquietante si svolge nel proprio progetto poetico. Va quindi elusa una privata ed insistente sintomatologia dell’autopunizione, in cui l’immagine dell’Apocalisse è centro non aforistico del conflitto metafisico, disquisitivo, allucinato, e qui denuncia totale dell’esistenza tout-court, nella cui passione riappare una configurazione del primordiale, dove si assestano mostri, eventi del Caos, fra “sereni cieli” e altre idre.

Domenico Cara

www.centrostudilaruna.it

***

Apocalisse 23

Singolare questo libricino di cinquanta poesie dove il rifiuto categorico del mondo e il senso di schifo nei confronti della vita sono il Leitmotiv di tutta la raccolta. Singolare per due ordini di motivi. In primo luogo perché una prospettiva comunemente considerata patologica viene qui legittimata di fronte alla negatività dell’esistenza («è male questa pianta che respira,/ è male in ogni anelito di vita», da Giardino). In secondo luogo perché questo contemptus mundi viene cantato con una fedeltà alla metrica tradizionale decisamente rara nel panorama poetico contemporaneo – anche se, va detto, almeno un paio di endecasillabi non tornano: «e ho schifo addirittura dei miei adepti» (da Canto di Lucifero) e «ricorda i miei ossessivi e grandi mali» (da Orientamenti).

Il poeta mostra di voler restare chiuso nella propria patologia, nella sua «stanza senza porte» (da Orientamenti), di cui elude ogni possibilità di apertura ad una verticalità che questo disagio sappia sublimare, di modo che i suoi versi si riducano a un mero lamento continuo. È forse un abbandono la causa che sprofonda il poeta in questa chiusura (forse consumata in un manicomio, stando a quanto scrive l’autore), il lutto per la morte dei genitori, che gli rende impossibile ogni evasione verso il mondo: «corpi pesanti i genitori morti/ e lamine metalliche le foglie/ che mi sbattono in faccia. Sono lamine/ di metallo: puniscono il mio volto/ che osa guardare le cose del mondo» (da I genitori). Di detta chiusura sembra un riflesso l’aderenza del dettato poetico ai metri della tradizione: l’endecasillabo (spesso organizzato in sonetti) in primis, ma anche il settenario, il novenario dattilico («si fanno inquinare la mente/ e chiedono solo il suicidio», da Intellettuali) e il decasillabo anapestico («sembra solida, cupa materia:/ malattia che mi prende col vuoto», da Quello che resta). L’utilizzo della forma chiusa, con la sua quasi inevitabile patina arcaizzante, pare altresì funzionale alla volontà del poeta di allontanare la sua voce dal proprio tempo, divaricando l’intercapedine tra un mondo esterno rifiutato e disprezzato («rimango chiuso in casa sempre solo,/ rifiuto ogni contatto con l’esterno», da Beata (?) solitudine) e un io lirico che ostende le sue piaghe, a volte compiacendosi della riluttanza che esse possano suscitare: «la pelle esplode in rosse ulcerazioni» (da Agonia), «alla mia fame vorace soltanto// resti di vomito, mio unico lusso,/ riesco a trovare» (da Orientamenti).

Nel libro viene continuamente riaffermata una prospettiva in cui il poeta risulta slegato dalle cose, prigioniero di un esilio assoluto che lo isola da tutto ciò che lo circonda («non lego con nessuna cosa al mondo», da Distacco), costringendolo però a vivere nel mondo: «io non mi lascio dietro che amarezze/ e vani tentativi d’evasione:/ con la certezza di aver meritato/ l’ergastolo terreno in questo limbo» (da Consuntivo).

Nel primo sonetto il poeta esprime l’intenzione d’inscrivere il proprio dramma personale all’interno di una sofferenza universale, di un’appartenenza della Terra tutta alla sfera del malvagio, del demoniaco, della negazione totale dei princìpi di bontà e armonia («la terra tutta, epifania anticristica», da Preludio; «cade in rovina quel mondo intontito/ con fine miserabile da servo», da Confusioni), e propone la storia stessa come frutto del Maligno: «il diavolo è custode di memoria» (da Progresso). Persino il titolo, Apocalisse 23, rimanda, col riferimento al libro di San Giovanni, all’idea che i nostri tempi, «questi tempi ultimi» (da Al lettore), precedano una qualche fine del mondo – prospettiva che però, possiamo dirlo, ultimamente, ci ha anche un po’ stufato. Eppure, la liaison tra la sofferenza privata del poeta e quella comune della Terra non sembra poter sussistere, e l’autore si ritrova solo nel suo dolore, indifferente al male altrui: «vedo annegare un bambino, ma giro/ la testa altrove: non può interessarmi» (da Inquietudine).

Quella affermata in questi versi è una condizione d’isolamento dall’umanità che però non conosce alcuna redenzione, non è nobilitata da una qualche rivalsa dell’io sulle forze che lo dominano, e lascia il poeta eccezionalmente arido e imbelle: «il tempo che si è svolto come a suora/ di clausura: ma senza la vittoria// di spirito su carne» (da L’ultima condizione umana). L’immobilismo del poeta si configura altresì come impossibilità di evoluzione del pensiero («e sembra sfilacciarsi moribondo/ il tentativo di ordire il pensiero/ rimasto troppo a lungo menzognero» da Attesa), leggibile anche nella ripetizione momomaniaca dei sintomi del disagio, sciorinati senza mai auspicare una guarigione o arrischiarsi a trovare una cura ad una malattia che sembra diventata, in ultima istanza, l’unico rifugio possibile per il poeta: «adesso mi raccolgo/ in questo inferno lucido di male,/ nella continua idea maniacale» (da Atto di dolore).

Un libro, diremmo, mistico e apocalittico, che proprio per queste sue caratteristiche ci piace poco, ma che conserva un’interna coerenza metrica, stilistica e contenutistica che dà all’opera uno spessore che la propone come valido esempio odierno di poesia della negatività – verrebbe da citare un verso dell’autore: «un’opera di buio è completata» (da Ultime parole del Cristo ecumenico).

Lorenzo Franceschini

http://www.argonline.it

***

Michele Fabbri è nato a Forlì nel l967. Non so altro, salvo che ho un suo libro intitolato Apocalisse 23, edito dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio. Può essere utile leggersi il passo dell’Apocalisse che Fabbri mette in apertura del libro, per esempio, dove si dice: “Poi vidi un’altra bestia che saliva dalla terra: ella aveva corna simili a quelle di un agnello, ma parlava come un dragone. Essa esercita tutto quanto il potere della prima bestia, in presenza di lei, e fa sì che la terra adori la prima bestia, la cui piaga mortale era stata guarita. E fa dei grandi segni, sino a far discendere dal cielo in terra il fuoco in presenza degli uomini. Tanto che seduce gli abitanti della terra coi prodigi che le fu dato di operare davanti alla bestia; persuadendo gli abitanti della terra ad erigere una statua alla bestia che ricevette la piaga della spada e visse”. E si potrebbe continuare, fino a toccare il-nichilismo più assoluto nei versi: “Il mio fegato è tutto spappolato; / e ho piaghe da decubito al cervello”.

Quello che resta

Sembra solida; cupa materia,

malattia che mi prende col vuoto

alla testa spolpata da idee

verminate su un brodo schifoso,

che diffonde tremendi miasmi,

su carcasse, rottami e macerie.

Roberto Carifi

POESIA, n.210 novembre 2006

***

… In un contesto in certo modo affine si può inserire l’esperienza poetica, pur così diversa, e anzi assolutamente particolare, impossibile da ricondurre a matrici o a correnti ben definite, del forlivese Michele Fabbri, da Trobar clus (Fermenti, Roma 1999) ad Arcadia. Carmi bucolici per la Romagna toscana (Il Ponte Vecchio, Cesena 2001) ad Apocalisse 23 (ivi 2003). In questa poesia, però, e in particolare nell’ultima raccolta, che in qualche modo proietta la sua satanica «luce nera», il suo opprimente cono di tenebre e di annientamento, anche sulle due precedenti, la discesa alle Madri, il ritorno alle radici e agli archetipi (in questo caso davvero remotissimi, non solo classici, ma addirittura etruschi e celtici) paiono tradursi e risolversi non tanto in un recupero di passato, di identità, di appartenenza, quanto, per così dire, in un itinerarium mentis in nihil, in un naufragio e una dissoluzione della mente e della razionalità nelle paludi del più nichilistico “pensiero debole”, nell’abisso del nulla e dell’insensatezza. «Il nulla si è dissolto nel mio nulla», dice un verso di Apocalisse: alla ratio ratiocinans, al “pensiero che pensa se stesso” di una secolare tradizione di razionalismo occidentale si sono ormai sostituiti un vuoto, un assurdo e una mancanza di senso che reiterano e certificano, ossessivamente, senza via di scampo, se stessi, e nient’altro. «M’illumino di male in luce nera» (folgorante rovesciamento nichilistico dell’ungarettiano «M’illumino / d’immenso»); «il nulla che ho vissuto mi è bastato»; «Tutto diventa scialbo e indefinito, / si confonde ogni cosa su se stessa». Unità versali, queste – endecasillabi solidissimi e scolpiti, insistiti, per così dire coatti, spesso ulteriormente rinserrati nella forma chiusa, e ormai desueta, eccezion fatta per ardue ricerche sperimentali come quelle dello Zanzotto del Galateo in bosco, del sonetto –, che sembrano quasi tradurre, nella stessa dispositio verborum e nello stesso cadere e ripetersi di suoni ed accenti, l’irredimibile angoscia di una situazione esistenziale, ma anche storica, epocale, priva di luce e respiro.

Questo viaggio, questa immersione nel grembo o nella notte del nulla e della dissoluzione, si trovavano anche in uno splendido testo di Arcadia, La festa dei morti, in cui il motivo del ritorno dei morti o del ritorno ai morti, familiare ai lettori della poesia moderna e contemporanea, da Baudelaire a Pascoli a Montale, era ricondotto ad una remota e cupa ascendenza celtica: «Poi quella notte vennero i morti, / muti, guidati dalla dea Litana, / in quella notte a chiedere conforti. […] // Lontano una campana / conduce le anime verso i porti / dei vivi, in mezzo alla nebbia padana. / Si consuma, / quella notte, la morte tra la bruma». Qui la rievocazione del mito celtico, che sta probabilmente alla base di una radicata tradizione romagnola di culto dei defunti, si coniuga con l’evidente ripresa di stilemi della pascoliana Tovaglia («Bada che vengono i morti! / i tristi, i pallidi morti!»). Il ritorno dei defunti trascina dietro sé la riesumazione delle spente figure del mito e il recupero del codice, altrettanto logoro, di un idioma poetico codificato e pietrificato.

E anche in questo autore la rievocazione del mondo defunto e sepolto confligge drammaticamente con l’implacabile urgere della contemporaneità scientistica e tecnicizzata. La «medianica intuizione / della vita nel passato», propria della coscienza, o dell’illuminazione, possibili nella dimensione ermeneutica della storicità, sembrano essere annientate dall’era della Tecnica, dalla frenetica e frammentaria parcellizzazione delle conoscenze indotta dal proliferare dei saperi tecnici e specialistici. Il lettore di Trobar clus non può che «afferrare brandelli / di umanesimo»; gli esiti della ricerca scientifica sono «cristalli rotti non più ricomposti». Già l’Eliot dei Chorus from the Rock si chiedeva dove fosse «la scienza persa nel sapere», e il sapere «perso in miriadi di conoscenze». L’alternativa, o meglio l’aporia, pare suggerire il poeta, sembrano porsi, infine, fra due possibilità ugualmente angoscianti: da un lato la frammentazione disorientante dello specialismo (la «barbarie dello specialismo», come la chiamava già l’Ortega y Gasset della Ribellione delle masse), dall’altro la suprema e perenne unità, annientante ma infine, forse, pacificatrice, del nihil aeternum. Non è casuale che Arcadia rechi in esergo con una preziosa citazione dai Canti orfici di Dino Campana, poeta profondamente, quasi visceralmente legato alla matrice tosco-romagnola, e maestro nel proiettare su di un «paesaggio italiano» miticamente trasfigurato dall’immaginazone visionaria il proprio allucinato e torturato vissuto. I frammenti dei taccuini e degli abozzi che costellano e documentano la tormentata gestazione degli Orfici sembano suggerire proprio un naufragio della mente, dell’io lirico, nel nulla e nel buio del finale e supremo obnubilamento: «Se tale a le tue mura la proclina / Anima al nulla nel suo andar fatale» (Sulle montagne); «volontà e rappresentazione che del mondo fa la base di un cono luminoso i cui raggi si concentrano in un punto dell’infinito, del Nulla, in Dio» (come a suggerire che, infine, in Dio o, indifferentemente, nel Nulla, o forse in un dio che è nulla, in un nulla che è dio, l’anima dispersa nelle cose del mondo, sparsa nella casualità mutevole ed illusoria delle sensazioni, degli eventi, degli incontri, possa trovare la sola possibile e definitiva pacificazione, la sola ricomposizione in quiete e in unità)…

Matteo Veronesi

tratto da MODERNITÀ E MEMORIA. UNO SGUARDO SULLA POESIA DEL SECONDO NOVECENTO IN ROMAGNA

in IL LETTORE DI PROVINCIA n.128 – 2007

***

Lascia un commento